martedì 9 settembre 2014

0 Per il Napoli una rivoluzione durata dodici mesi ed un amletico dubbio


Premessa: il giudizio è soggettivo (ovviamente), però dinnanzi a questi virtuali bar Sport, in cui ognuno ha la propria formazione ideale da schierare e valori assoluti da assegnare, si può amabilmente discutere per analisi. Si può, ad esempio, scorporare il Napoli settore per settore o anche singolo per singolo, sistemarlo sotto ad un vetrino e poi vivisezionarlo, per vedere l’effetto che fa. Si può scendere nel dettaglio, entrare tra le pieghe di tre squadre, quelle allestite al termine del mercato della scorsa estate, del gennaio del 2014 e di qualche giorno fa, e provare ad interpretarlo. Si può giochicchiare con le proprie tesi ma anche con la consistenza (indiscutibile) dell’organico e dunque metterli allo specchio, per farsene un’idea ed avventurarsi in un viaggio sulla panchina del tecnico che è in voi.

DODICI MESI. Sono trascorsi dalla prima con il Bologna, quasi dal debutto in Champions con il Borussia Dortmund: una squadra nuova per quattro undicesimi, rinnovata nella sua identità tattica, al cospetto d’una paura (eccessiva e per questo ingiustificata) ch’è figlia d’una inquietudine sulla nuova natura del modulo. Però nelle prime quattro giornate (tre di campionato, una nell’Europa che conta) sono altrettante vittorie, dieci gol fatti e tre subiti, l’esplosione di Callejon (tre reti), la conferma di Hamsik (due doppiette), il capolavoro di Insigne su punizione, la statura già dirompente di Higuain, la personalità di Reina. Eppure quel nucleo così stravolto nell’anima, si sarebbe sgonfiato.

NOVE MESI. A gennaio, si allarga l’organico, si colgono nuovi pregiudizi sugli acquisti: però poi Ghoulam diviene affidabile e persino prospettico; Henrique mostra la sua poliedricità e Jorginho è un assegno post datato da andare a riscuotere nel tempo (medio-breve) in banca. La Juventus finisce lontanissima, però le motivazioni in campionato sono andate via via scemando e la coppa Italia, ch’è divenuto l’obiettivo, viene conquistata battendo Lazio, Roma e Fiorentina. Si forma una nuova coppia in mezzo al campo (Jorginho-Inler), Behrami diviene marginale, Pandev è la sesta scelta offensiva, Zuniga è scomparso ed Hamsik va e viene. Il leader è nel gioco, sempre verticale, con indiscutibili amnesie difensive: ma alla fine della stagione sono centoquattro reti, spalmate tra i fab five (Higuain, Callejon, Mertens, Insigne, Hamsik) che testimoniano la voracità offensiva.

OGGI. E’ un altro giorno: di nuovo c’è un portiere di talento (divenuto titolare e poi eliminato da un infortunio serio) ma che non ha l’autorevolezza di Reina; un centrale difensivo che ha margini di miglioramento ma che mostra ancora lacune didattiche; poi ci sarebbe Zuniga, ch’è buono a destra e a sinistra,. Fondamentalmente, il Napoli resta assai rassomigliante a quello più recente, ma ha un anno in più di conoscenza dei metodi non solo d’allenamento ma di gioco, potrebbe avere un’impronta più marcata della sua vocazione, ereditata da Benitez. Le eccellenze sono rimaste, le perplessità popolari (di essere competitivi per lo scudetto): ma era più forte quel Napoli o questo?

Fonte: Corriere dello Sport


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